02 Maggio 2017

PARLANDO DI DESIGN E DI POST DESIGN

Il design comincia ad avere un ruolo                                … pg. 2

Che utilità ha oggi il design?                                             … pg.4

Per chi dovremmo creare un nuovo design?                    … pg.5

La spirale dei consumi                                                      … pg.6

Innovazione di contenuti nel design                                  … pg.7

Cosa è importante nel design per il futuro                        … pg 9

Il nostro design, ovvero il Post Design                             … pg11 

  

PARLANDO DI DESIGN

Innanzitutto una constatazione: intorno al design girano soldi. Non lo si dice apertamente ma persino il governo italiano che non sa più dove trovare moneta spiccia l’ha capito e incoraggia il settore – sebbene non così apertamente, perché da questo filone gli affaristi tradizionali per ora ne son fuori,  come quasi tutti gli altri che di design conoscono quattro o cinque nomi riecheggianti, e non san bene come muoversi e coartarli verso di loro. La promozione avviene in spazi dedicati per gli addetti, ultimamente effettuata anche nelle scuole al fine di incrementare i seguaci che speranzosamente si rivolgeranno a una professione che dovrebbe almeno incrementare positivamente la bilancia import-export.

Il nostro Paese, dopo aver provato a esportare tutto il possibile del made in  Italy (meccanica, materiali semilavorati, prodotti industriali, auto, moda, armi, mobili, tecnologie, cibo, stile di vita, mafie, etc.), in competizione colle altre economie occidentali, e trovandosi in posizioni non sempre primeggianti (per congiuntura, per ruberie, per incuria o per disattenzione), ripesca l’antico cliché dell’attrattiva artistica, per la quale la Penisola è vocata. Poiché, già solo come patrimonio storico-artistico questa è cosparsa di abbondanti testimonianze, sebbene spesso lasciate all’incuria. Occorre aggiungere che a queste qualità che fanno l’Italia grandiosamente egemone, gli stranieri ne sono sempre stati soggiogati: famose città d’arte, luoghi simbolo e oggetti artistici di culto fanno ancora da apripista per una riflessione intorno al più ampio concetto del “bello”. E oggidì che si fa di necessità virtù, non resta che recuperare lo stereotipo e sostenerlo. Il quale, malgrado tutte le vicissitudini e cambiamenti di preferenze dell’ultimo secolo è rimasto in piedi senza grandi investimenti né previsioni di volano economico, o appena incoraggiato con qualche aggiustamento.

Se oggi tanti artisti soggiornano in luoghi più di tendenza come le metropoli e le megalopoli, l’Italia come immagine funziona ancora, qualora proponga ciò che gli stranieri apprezzano di italiano: un tocco fondamentale di design in molti settori cruciali, integrato con le applicazioni dei mestieri antichi e con le tecnologie moderne. Che il “bello” variamente coniugato, possa prendersi la rivincita su chi gestisce grandi affari ma poco s’intende su cosa significhi armonia e giustezza di intervento, non è cosa da poco. L’ammirevole non è solo ciò che si può comprare ad alto prezzo: quello è semmai un risultato. In Italia, questo risultato proviene da ciò che è soffusamente disperso nel territorio, e chi ne è esposto, se ha la cultura, la sensibilità, e il dovuto momento di elaborazione, può carpirlo. “Nonostante 1 italiano su 3 consideri il Made in Italy un mito alimentato solo da noi stessi e non percepito come un valore all’estero, l’80% dei cinesi intervistati e il 79% degli americani crede che le nostre imprese siano riuscite a trasmetterlo come valore intrinseco ai loro prodotti. Se per i nostri connazionali l’espressione del Made in Italy è sinonimo di bellezza (94%), qualità (94%) e creatività (92%), è in parte differente per gli stranieri. Per gli americani, ad esempio, questo concetto viene associato alla passione, alla bellezza e alla cultura. Per i cinesi, invece, vuol dire bellezza, qualità, ma anche cultura, a dimostrazione del fatto che all’estero sono maggiormente apprezzati i nostri prodotti soprattutto per le loro caratteristiche intangibili.” (http://www.comitatoleonardo.it/it/press-area/comunicati-stampa/archivio-comunicati-stampa)

Michael Thomson fondatore del Design Connect di Londra, e presidente di Bedam bureau of european design association dichiara: «sono sempre più i governi che riconoscono la sinergia tra design e innovazione. Il design diventa una strategia per aggiungere valore alla competitività e al benessere economico. E naturalmente non può ignorare le sfide chiave come il cambiamento climatico e l’emergenza ambientale, le grandi migrazioni e i grandi conflitti.» (Magistà A., Design ecco i nuovi creativi eclettici ed ecologici, «La Repubblica», 05-11-2008)

 

Il design comincia ad avere un ruolo

La società preindustriale che usufruiva di una lenta ma capillare fornitura artigianale di oggetti di uso quotidiano, dal diciannovesimo secolo fu soppiantata da un sistema industriale che sostituì le funzioni manuali razionalizzandole, velocizzandole e moltiplicandole, a causa del quale però i prodotti persero originalità, armonia e talvolta accuratezza, che erano propri della lavorazione a mano. Dei nuovi articoli, inizialmente non si era così sicuri della loro accettazione, e spesso venivano camuffati dietro uno schermo di materiali che ne nascondevano la vera anima (come gli articoli industriali che mantenevano forme antiquate o i palazzi dei primi novecento la cui struttura in ferro veniva nascosta con decorazioni e facciate convenzionali). (Lavoro manuale e prodotto di massa, in: Dal Co F., Teorie del Moderno, Laterza, Bari,  1982). Tuttavia, tra i teorici che seguivano gli sviluppi della produzione, il dibattito proseguiva e cercava di coniugare ancora arte, artigianato e produzione serializzata, infondendo ai prodotti industriali oltre alla funzione anche delle forme piacevoli alla vista, secondo i valori e i programmi del Werkbund (D’Amato G. Storia del design. Pearson Italia S.p.a., 2005)

L’Art Nouveau dopo il fruttuoso inizio nel XX sec., dove rivisitava in grandezza il suo repertorio già ben diffuso e sperimentato nel secolo passato, approdò a Parigi in occasione dell’esposizione delle arti decorative e industriali moderne del 1925. In tale sede vi si poteva far riferimento a due correnti  principali: le arti applicate francesi che si esprimevano tradizionalmente, e i dettami della scuola di Loos  che sosteneva le performance razionalistiche tedesche.  Quest’ultimo allineamento giudicava l’ornamento un delitto, rifiutando radicalmente il linguaggio del passato. E si ergeva come paladino del proprio tempo esprimendosi con forme geometriche, cubiste, in accordo con l’indirizzo costruttivista di De Stijl e del Bauhaus, mentre dialogava anche con il futurismo per il quale la dinamicità e il movimento diventavano espressioni essenziali. L’Art déco (Arts Décoratifs et Industriels Moderns) succedette all’Art Nouveau e raggiunse una discreta influenza nella produzione di massa. Ma in Occidente iniziò il suo decadimento,  rappresentando un modello ridondante e kitsch, mentre contemporaneamente si imponevano i dettami del razionalismo. La seconda guerra mondiale incombente, obbligò a un rigore che spense i dibattiti artistici.

In Italia, alla Triennale di Milano del 1936, ci si rivolgeva verso un abitare razionalizzato e guidato dalle funzioni. Invece dal punto di vista dei prodotti bisognava ancora basarsi sull’apporto degli artigiani, affinché con giustezza e velocità soddisfacessero la committenza, poiché l’industria si trovava totalmente impreparata dal punto di vista artistico-produttivo. Quindi la frattura tra oggetto artistico e prodotto commerciale di massa rimaneva irrisolta. Il momento in cui il design troverà una voce autorevole e si solleverà dall’inferiorità e asservimento verso una mentalità stantia, sarà nel ‘42 quando elaborerà idee innovative sotto la guida di Pagano. Si esalteranno i valori dello standard, dell’efficienza e della funzionalità, raggruppando sotto questo dettato la Fiat, Borletti, Triplex e Olivetti.

Negli USA nel ‘40 si svolge il concorso Organic Design In Home Furnishing che segnerà una svolta nel design statunitense vedendo emergere l’apporto dei paesi Scandinavi nella lavorazione industriale del legno curvato, quasi a formare scultore tridimensionali: perfetta sintesi di prodotto industriale dal costo contenuto, dall’aspetto armonioso e dall’alta qualità artistica. Le varie esperienze verranno interrotte col sopraggiungere della guerra, e più tardi riprese architettonicamente da Neutra e Wright sull’inglobamento e continuità organica col paesaggio, ma sarà un’integrazione geometrica e lineare, piuttosto che curvata e avvolgente.

       La pop art (dalla parola inglese popular art), è una corrente artistica che successivamente si impose negli USA dalla seconda metà del XX sec. irridendo ai valori e alle icone dell’ultimo secolo. Fece assurgere il kitsch, la realtà quotidiana col consumismo e i suoi prodotti uniformati e standardizzati, a peculiarità di innegabile rappresentatività, ed elesse la pubblicità a forma di arte.

 

In Italia negli anni ‘50 operavano La Pietra, Pesce, Dalisi, Mendini, Pettena, Sottsass, quali guide di design anticonformista che si esprimeva in varie forme ed enunciati. Verso la metà degli anni ‘70 la loro azione artistico-concettuale di avanguardia mutò verso scelte più realistiche e ampie di collaborazione col mondo produttivo. Negli anni ’80 prese l’avvio il movimento Neomoderno che si impose come uno scherzo emotivo e infantile. Esso attingeva a scenari in versione pop, a banalità, a riferimenti del paesaggio urbano, ai luna park, nei colori delle caramelle, dei giocattoli e della moda giovane. (D’Amato G. Storia del design. Pearson Italia S.p.a., 2005)

 

Gli anni ’50-’60 vedono a Milano dominare la scena un artista operatore-visivo che diventa consulente aziendale e che contribuisce attivamente alla rinascita industriale italiana del dopoguerra. Bruno Munari partecipa giovanissimo al futurismo, dal quale si distacca in seguito. È considerato uno dei maggiori protagonisti dell’arte, ma sfugge a ogni catalogazione per la molteplicità delle sue attività e per la sua intensa creatività.

L’attenzione di Munari si concentra sulla parola ricerca, nel senso scientifico che analizza i vari aspetti di una cosa o di un processo senza dare nulla per scontato. L’atteggiamento è di colui che osserva con curiosità tutte le espressioni che il mondo gli presenta. Grande interesse egli ha sempre riservato alla natura, ai suoi processi, e alle sue infinite variabili: è stimolo, è gioia di apprendere ed estendere processi sconosciuti. Egli ugualmente dimostra massima apertura verso i materiali “imperfetti”, semplici e più vari possibile. La sua lezione indica che l’apprendimento avviene nel laboratorio mentre si costruisce attraverso la sperimentazione, l’ingegnarsi e la curiosità del conoscere e dell’elaborare, talvolta anche cose senza senso ma apportatrici di inneschi. “Quando parla della fantasia, Munari dice che è la facoltà più importante di tutte… una possibilità del pensiero in cui tutto può essere immaginato… l’importante è creare una situazione, un’attività che inviti ciascuno a creare relazioni tra queste informazioni, relazioni che poi portano a progettare, costruire, immaginare un qualcosa di nuovo.” (Intervista di S. Sperati a Bruno Munari, 1997).

 

“…se nell’Europa tra le due guerre i contenuti di modernità erano chiari: ricostruzione praticabile e accessibile a tutti, e per mezzo della produzione si perveniva a una società più equilibrata e forte; oggi questi assunti sono del tutto sconfessati – e non al passo colle richieste del tempo. Gli utensili non servono più a produrre ma a giocare. Le forme estetiche degli oggetti non mandano messaggi impegnativi ma nascondono e alludono dietro a forme armoniose, perché un programma laborioso non c’è, ma se esistesse pochissimi si assumerebbero l’incombenza di seguirlo. Così ci si rivolge verso l’effimero che è sempre una scappatoia ad effetto”. (Villa M. Design e sostenibilità. In Visioni latino-americane n.4 2011) “…l’industria creativa nel 2006 ha raggiunto un volume d’affari doppio rispetto a quella automobilistica e pari al settore delle comunicazioni, il 2,6% del Pil europeo.” (Casavecchia, Sartori, Incomprensibile affare: new business. In “La Repubblica” 15-12-2007)

Vi è un equivoco corrente che è bene chiarire. In inglese il termine design indica progettazione, risoluzione di un problema tecnico non disgiunto dal controllo sul suo risultato estetico. Sovente si intende per design quello che è invece furnishing, cioè arredamento e decorazione di interni. Senza nulla togliere a quanto di utile vi sia nel rendere aggraziato un luogo in cui si soggiorna e quanto questa sua qualità possa influire sull’umore e disponibilità di animo delle persone, qui con il termine design intendiamo la sua accezione “scientifica” di risoluzione di funzionalità preposte a uno scopo, connesse però a una resa percettiva, la quale dovrebbe essere di completamento e di accrescimento alla progettazione, secondo l’accezione di Munari: “a designer is a planner with an aesthetic sense”.

 

 

Che utilità ha oggi il design?

 

Il 78% del reddito mondiale è imparimente distribuito a 675 milioni di persone benestanti, e solo alcune di queste possono rivolgersi alla categoria del lusso in cui si situa il design. Essi possiedono denaro per acquistare merce particolare ed eventualmente la cultura per apprezzarne le caratteristiche. Il design spesso viene acquistato perché fa status, oppure vi sono amatori che lo ricercano  quale oggetto estetico. Comunque nemmeno tutte le persone di questo primo gruppo verranno coinvolte da immagini di modernità e ricercatezza. Quelli ai quali non interessa acquistarlo sono verosimilmente i giovani poco o nulla occupati (nei paesi Ocse 35 milioni), una quota di pensionati e poveri (la crisi acuisce le disuguaglianze sociali anche nei Paesi Ocse), e molte donne. “Le donne, che costituiscono metà della popolazione mondiale, rappresentano il 70% dei poveri…” (Greig A., Hulme D., Turner M., Challenging Global Inequality, Palgrave Macmillan, New York, 2007).  Il 91% della popolazione mondiale meno abbiente, penserà a dei concetti dell’abitare e fornirsi del necessario per vivere (abiti, attrezzi, dotazione minima di necessità) in un modo completamente diverso dal 9% dei più agiati.

Alla fascia economica con capacità di spesa, si aggiungono le società e aziende. Queste ultime sovente ricorrono al design per rinnovare ambienti di rappresentanza col fine di trasmettere un concetto di attualità e per promuovere l’azienda: una metafora di efficienza e di abbraccio delle nuove tecnologie. In codesti  luoghi (uffici, hall, sale riunioni, abitazioni di lusso), gli architetti e i designers si dilettano con le tonalità, i materiali, le linee visive diverse, coi volumi evidenziati in modo accattivante, e una moltitudine di funzioni aggiuntive per adeguarsi al gusto corrente. Gli spazi o gli oggetti introdotti saranno magari funzionali a qualche utilità, ma l’uso non sarà così fondamentale, mentre sarà l’immagine del nuovo e della modernità che viene a essere trasmessa e veicolata come prioritaria. La funzione – come nel passato il lavoro – è spesso considerata con sufficienza quasi fosse appannaggio delle classi inferiori. E questa immagine aristocratica, snob e ossequente verso i compratori, il design e la decorazione la offrono attraverso tutte i periodi, come se il gradevole fosse disgiunto dalla vita comune e dalla utilità. E non dovrebbe essere così. Perché ambienti degradati e privi di qualità imbruttiscono il gruppo che li frequenta, con costi sociali e umani di cui gli architetti i designer e i politici decisori dovrebbero percepirne il peso e la responsabilità.

 

Le persone comuni dei paesi occidentalizzati sentono la mancanza del design? (E’ già tanto se conoscono il  significato di questa parola). Percepiscono il significato dell’armonia, della proporzione delle forme, o degli spazi misurati e accoglienti?  Al massimo c’è la Lolita di turno che soddisfa fantasie di bellezza che alla fine si riducono a un blando e saturo erotismo. O l’Ikea, o qualsiasi altro esercizio commerciale, adeguato a ogni possibilità economica, i quali intontiscono di orpelli e gadget che fan scordare quanto le nostre vite siano così superficiali per cui basta un calmante estetico-merceologico per accettarle. Nel passato si sapeva che nei palazzi dei signori o nelle chiese vi erano concentrate ed esposte opere ammirevoli e quando se ne presentava l’opportunità, si contemplavano. Ora si sa che l’agiato di turno possiede auto potenti, o una tenuta con residenze, attrazioni sportive e altro in abbondanza. Questa è sfrontatezza e ostentazione di cose costose. Se poi ha aggiunto anche collezioni di arte, l’avrà fatto presumibilmente per le quotazioni piuttosto che per il suo gusto pertinente. E si ricade nella grossolanità dell’esibizione.

Può la quantità di stimoli, i succedanei di senso, la negligenza nelle espressioni sostituire la qualità di un percorso di affezione e di lavorazione, di scelte meticolose e sapienti, sapide e voluttuose. Si può obiettare che la quotidianità porta verso una miserrima concretezza dalla quale è difficile allontanarsi, poiché ciò che è da gestire supera i momenti di piacere e di relax, o di meditata o attiva riflessione. Ma è anche la pigrizia mentale nel ricercare altro a bloccarci nell’inedia, così il disimpegno verso i riferimenti pregnanti, nonché la disabitudine a vedere intorno a noi delle cose belle che ci ha fatto perdere il concetto che esse possano esistere e offrirci gioia. Un piacere fisico e mentale ragionato, a volte garbato, che in ogni caso richiede di soffermarci per ascoltare cosa ci trasmette l’opera. (Oggi sempre più persone visitano i musei, ed è innegabilmente una conquista, come tanti giovani che si accostano alla musica come desiderio profondo di espressione, ma nel contempo si sono persi altri stimoli e pratiche artistiche un tempo correnti che dovrebbero essere mantenute o almeno rivisitate per l’alta qualità di composizione. Arti che richiedono grandissima preparazione e applicazione come le miniature, la retorica, la poesia in metriche elaborate. ecc.) Dal canto loro le aziende vedono nell’ampliamento dei loro affari un segno positivo; ma qualora accada, cercano riscontri immediati e veloci. Tuttavia, questo lo dovrebbe essere solamente se avvenisse secondo rigorosi e nuovi parametri di sostenibilità, estetica e senso umanitario.

 

 

Per chi dovremmo creare un nuovo design?

 

Attualmente, la committenza dei designer è quella che possiede denaro e richiede lusso: il design lo offre. Per abitazioni di giovani professionisti cinesi, per faccendieri arabi, per i free surfer delle nuove tecnologie, per attori, cantanti e valenti sportivi che desiderano possedere ed esporre dei pezzi firmati da designer noti, con il fine di offrire un’ulteriore affermazione del sentirsi facoltosi, moderni e trendy.

Invece il design non è solo quello: dovrebbe invece fornire risposte alle necessità pratiche e culturali del 95% delle persone. A come vivono e si integrano gli immigrati, alle attività dei carcerati dentro e fuori della detenzione, a come tirano a campare e come viaggiano i ragazzi e a cosa sono interessati, agli abitanti metropolitani come si spostano e come gestiscono le cose, agli abitanti di slums e cosa gli serve, agli abitanti di ceto medio e alle loro case, cioè quelli che economicamente contano di più e catalogano tra le loro proprietà beni più stabili (quanti rimarranno dopo le svariate crisi economiche, la dispersione abitativa richiesta dal lavoro, e la disgregazione delle famiglie?). La gente costruisce abitazioni che si conservano in media per due generazioni, in UE le case durano 60 anni, in Giappone 30, in USA 45 anni; raggiunge e supera i 100 anni l’1% del patrimonio abitativo.  (Basuyau V., Part A – Construction Aggregates Technology,  in High Studies in Sustainable Development,  25-05-2010) Gli uffici oggi sono rinnovati ogni 15 anni, le case ogni 20 al massimo 50, ciò è dovuto anche a nuovi standard e leggi. (Smart-ecobuildings an UE vision, «Politecnico Milano», conferenza, Bruxelles, 24-03-2010) Nel rifacimento interviene quel che si chiama tendenza del momento: posizionamento di nuove di piastrelle, illuminamento mirato ed elementi architettonici leggeri di vario tipo. Abbellimenti e cambiamenti di collocazioni e coloriture. Spesso chi li coadiuva è il designer.

 

Sette miliardi e mezzo di esseri umani oggi sul pianeta e metà hanno accesso a internet, che non è cosa risibile. Il 21% della popolazione mondiale vive in Paesi poveri, il 70% in Paesi a reddito medio, e il 9% nei Paesi più ricchi.  (http://www.ateneonline.it/begg_economia4e/docenti/app/01_WEBI.pdf)

Secondo un rapporto del 2017 di Oxfam: gli otto uomini più ricchi del mondo possiedono denaro quanto 3,6 miliardi, cioè la metà della popolazione mondiale più povera. E vi sono situazioni per cui un miliardario paga meno tasse della propria donna delle pulizie o segretaria. Oxfam denuncia la politica fiscale rigorosa se applicata sui salariati, mentre le agevolazioni fiscali alle imprese nonché i paradisi fiscali vengono tollerati. Importanti istituti di credito tra cui la Banca Mondiale finanziano operazioni di estrazione di materie prime cruciali, con ricadute devastanti e non compensate alle popolazioni locali che ne sopportano i costi umani e sanitari.  E nel breve periodo appaiono poche speranze di cambiamento, poiché si demanda sempre alla crescita del PIL la risposta per tutti i mali. Tuttavia, negli ultimi 25 anni il reddito minimo giornaliero è cresciuto fino a 3 $ al giorno, sebbene questo incremento come unico termine sia inaccettabile per dare una vita dignitosa a tutti. https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan /16/eight-people-earn-more-billion-economics-broken  Nel 2016 erano 65,3 milioni i profughi nel mondo, cioè 1 persona su 113 ha avuto necessità di migrare forzatamente o fuggire dalla sua terra a causa di conflitti  o per gravi dissesti naturali che hanno eliminato le loro minime fonti di reddito. (Siria, Afghanistan e Somalia forniscono il maggior numero di profughi).

 

 

La spirale dei consumi

 

Di persone sensibilizzate al controllo nei consumi se ne aggiungono sempre di nuove, ma la più parte pensa che spendere quanto si vuole – finanze permettendo – sia un diritto democratico. Il commercio continuo e spinto rassicura la gente sull’offerta inesauribile di beni e sulla possibilità di scelta (entro una certa gamma ovviamente, ma già offre l’idea che sia abbondantissima) e ciò li rinfranca sull’attualità di ciò che predilige: è lì esposto, è ovunque, lo possiedono anche gli altri.  Invece è un palliativo!  Tuttavia nessun politico si sogna di approntare un programma di sviluppo che non passi attraverso un ennesimo ampliamento della produzione. O che riduca l’uso di energie, o limiti l’impiego di risorse esauribili come il suolo: eppure questi consumi li stiamo sperimentando già da un secolo e ci stanno conducendo verso la catastrofe planetaria. Se le innovazioni di prodotti o macchine che sostituiscono lavori pericolosi per l’uomo, se l’avanzamento delle scienze che aumentano il benessere fisico hanno segnato dei progressi innegabili, nel piccolo delle produzioni minute, i beni prodotti a ritmo sempre maggiore, continuano insensatamente a riempire le nostre case e i centri raccolta con rifiuti di tutti i generi buttati via. Spesso anzitempo e per far posto ad articoli più moderni. Occorre dire che l’obsolescenza programmata è una trappola micidiale per tenerci inchiodati alla catena dell’acquisto obbligato dopo un certo numero di usi o di anni di un prodotto. Fortunatamente alcuni si ribellano a questo approccio (la riparazione è sempre stata praticata in grande misura nei paesi più poveri del nostro), e complice anche la crisi, qualche riparatore si ripresenta sul mercato delle attività. Recentemente son sorte delle associazioni come restarter presente in diversi paesi europei, che rivendicano il diritto alla riparazione degli oggetti anche tecnologici come cellulari e computer. Ma domandano alle aziende produttrici delle istruzioni di montaggio allegate agli oggetti, la fornitura di pezzi di ricambio e gli assemblaggi fatti con viti e non con colle o pezzi di plastica, poiché una volta aperto il meccanismo non si può più richiudere.

Talvolta si trattiene un oggetto per usarlo in seguito, sebbene dopo dieci anni non ci passerà per la testa di ritornare a farlo funzionare, anche perché vi saranno connessioni inadatte, mancherà un pezzo, o una scheda, o una batteria che non si trova più. Le nostre case sono piene di merce depositata e quasi inutile, che non si usa da decenni, oppure stessi oggetti triplicati, in modelli diversi o con funzioni aggiuntive. I mercatini sono zeppi di roba usata ma servibile solo leggermente fuori corso, scontatissima e che nessuno vuole. Gli edifici non sono più costruiti per dare un ricovero alle persone ma per contenere gli oggetti con i quali esse si identificano: sono come dei musei personali. Queste mercanzie occupano il 50-60% del volume quando verosimilmente basterebbe un magazzino personale per contenerle (che sia sano e dotato di corrente elettrica), non trattandosi di opere preziosissime o di manoscritti millenari da preservare, per i quali occorrono delle precauzioni nella conservazione, come locali scaldati, areati e illuminanti naturalmente. E il costo sul mercato immobiliare di un deposito sarebbe di 1/5, 1/6  rispetto a una residenza costruita con canoni severi per ospitare le persone e dotarle di confort, mentre invece in questa residenza accogliente, vi vengono stipati oggetti inanimati. Che tra l’altro nemmeno si consultano o si usano, infatti è assolutamente normale sentire la gente affermare: “sono dieci anni che non apro quell’armadio, non so nemmeno cosa contenga!” Molte persone alle nostre latitudini,  appena raggiungono una soglia di benessere tendono a vivere da sole, anche per mantenere incontaminata e inaccessibile la loro individualità e il campionario di oggetti che la rappresenta. Di cui – occorre dire – agli altri desta pochissima curiosità o bramosia. Esse, spesso si accompagneranno con un animale (anche lui occupa lo spazio destinato alle persone), il quale in fatto di gusti non manifesterà predilezioni di stili, ma manifesterà solo necessità proprie alla propria razza.

 

 

Innovazione di contenuti nel design

 

L’innovazione di contenuti consoni alla nostra epoca, dovrebbe darci il coraggio di staccarci da quello a cui in passato ci si riferiva come risolutore di tutti i problemi, come detenere il potere, possedere proprietà e denaro, o difendere dei vecchi pregiudizi.

Le risorse che diventano sempre più scarse e la popolazione che aumenta con richieste plausibili di beni necessari – di questi, nell’ammontare globale vi è una richiesta sempre maggiore e particolareggiata – ci dovrebbe portare verso una nuova produzione che fornisca cose che servono e con i materiali appropriati. Mentre si va incontro ai bisogni della gente, occorre fornire anche valori sociali e culturali. Un approccio olistico è fondamentale, ma bisogna elaborare anche concetti che incontrano consenso, non solo innovazioni tecnologiche. L’uso individuale che la gente fa di un bene ne costituisce l’attrazione sociale. Di conseguenza, sono decisive le scelte di progettazione e la comunicazione sull’uso del manufatto, e dei suoi componenti. (www.ecobuilding-club.net, 2010)

L’azione più sensata da intraprendere sarebbe di programmare le merci e i beni in fase di progetto in modo da durare il più a lungo possibile e, una volta smesse le funzioni principali, riutilizzarli industrialmente per le qualità che ancora possiedono.  Se nelle economie  occidentali, per merci quali carta, acciaio, vetro, oli, ecc., vi è già uno sbocco valido ed economicamente produttivo dei loro stati successivi di caduta, per la stragrande maggioranza degli oggetti che usiamo, una seconda o terza vita non è ancora stata presa estesamente in considerazione, sebbene siano almeno vent’anni che si dibatte di questo. La predisposizione agli usi multipli attenuerebbe l’inevitabile passaggio di un bene alla fatiscenza, mantenendo in vita le attività parallele. (Villa M., Uso, riuso e progetto, FrancoAngeli, Milano, 2000)

Con il programma ‘Cradle to Cradle’ (dalla culla alla culla) nato tra la Germania e gli Sati Uniti, Braungart ha sviluppato un eco-design efficace a produrre servizi e beni per un numero apprezzabile di compagnie. Partendo dal principio che in natura non esistono scarti (che vengono sempre incorporati in un altro processo), nella progettazione Cradle to Cradle le materie vengono ricondotte al posto giusto usando tecniche biologiche. Questo concetto è diventato un marchio di design per fornire ai consumatori manufatti con maggiori qualità, nessun rischio sanitario per chi li maneggia, e benefici sia economici sia ecologici. Inoltre si instaurano nuove relazioni coi clienti che sono edotti sui cambiamenti degli articoli: in pratica essi vengono a conoscenza di tutta la catena produttiva di ogni bene e del percorso all’indietro dei materiali. Il fine è di rigenerare il 100% del bene, anche se l’obiettivo verrà raggiunto poco per volta.  (Kälin A., Cradle to Cradle, documenti conferenza, Maastricht,  27-11-2008)  McDonough sostiene che con i clienti progetta prodotti e servizi dagli alti requisiti, e i loro utenti avranno la certificazione C2C  diversa da quella di altri approcci alla sostenibilità. (http://www.genitronsviluppo. com/2008/02/25/design-sostenibile-cradle-to-cradle-c2c-la-magica-certificazione)   Il metodo è da non confondere con quello ‘Cradle to Grave’- dalla culla alla tomba – in cui i flussi di materiali sono stati concepiti senza la protezione delle risorse.

Oggi, riguardo alla sostenibilità, vi sono aziende specializzate che approntano certificati di merito (come il calcolo della LCA life cycle analisis) per ogni prodotto e servizio, per poter meglio orientare gli acquirenti sulle società ecologicamente virtuose ed eticamente responsabili. Sebbene questi attestati dichiarino che l’inquinamento è modestissimo, nessun processo produttivo né di riciclo fa tornare la materia vergine: una perdita di purezza e di quantità di materiale, un consumo di energia, c’è in ogni passaggio di uso; perciò tutte le promesse di rispettabilità ambientale sono parziali se non addirittura dannose, perché spesso vedono un problema circoscritto a un settore, e scaricano le conseguenze su di un altro. Delimitando esattamente una situazione (o prodotto o servizio) anziché pensarla in un quadro totale, si persegue il fine di inserirla dentro parametri che portano a risultati conteggiabili ma parziali. E subitamente conducono alle antiche pratiche, che cioè con un leggero rassettamento si potrà continuare a produrre come prima, invece di coltivare un sacrosanto dubbio sul fatto che non sia l’ultima favola con cui chetare gli scrupoli per far ripartire il mercato.

 

Vi sono diversi approcci che sarebbe il caso di valutare, alla luce di quanto sopra.

“In un mondo neotecnico si dovrebbe considerare che valgono di più gli oggetti che sono ottenuti con minor consumo di energia e di materie estratte dalla natura (…) valgono di più le merci e i manufatti che durano di più, che sono più adatti a una facile manutenzione, che generano minori scorie e rifiuti, che hanno un minor costo ambientale (…) Una svolta neotecnica, deve (…) cercare nuovi canoni di efficienza, valore e bellezza, alla luce dei vincoli con cui dovranno fare i conti i terrestri del XXI secolo.» (Nebbia G., Attualità della neotecnica, in «Ambiente Costruito», n. 1, 1997)

Riferendoci al performance concept, cioè all’uso degli oggetti per tutte le prestazioni che hanno, oltre a quello comune per il quali sono stati destinati, occorrerà investire creativamente sugli usi impropri, secondari o ennesimi nonché sulla plurifunzionalità simultanea di un oggetto (Cavaglià G., Alternatività e progettazione, in «Prefabbricare edilizia in evoluzione», n. 5, 1976). La progettazione dovrà inoltre prendersi carico delle qualità, impatti e difetti ambientali rimasti successivamente al primo uso, responsabilizzarsi sulle conseguenze degli smembramenti e sui riutilizzi, anche impropri, di parti dell’oggetto. Il fatto che sia lo stesso progettista a occuparsi sia dell’arrivo che del rifiuto/riassorbimento delle merci, fa sì che possa collocarle nel modo più appropriato, seguendo una catena distributiva di funzioni. (Villa M., Uso, riuso e progetto, FrancoAngeli, Milano, 2000)

Vi è poi un’interessante interpretazione riguardante la creatività che dovrebbe essere democraticamente estesa e riconosciuta. Secondo Dalisi, “l’intervento istintivo è spesso risultato più vivace e socialmente più riuscito di quelli seriamente programmati e disegnati da buoni architetti, proprio perché, a differenza di questi, gli uomini comuni si formavano strutturandosi nella imprevedibilità.” (Colombo V., Partecipazione e tecnologia, in «Edilizia Popolare», n. 136, 1977)

Le difficoltà odierne a gestire i processi che emettono dei risultati, dipendono dalle complesse possibilità offerte da beni e materiali: le troppe qualità imbrigliano e disorientano. Viene anche dimostrato da un esperto del settore che il riuso spesso viene praticato individualmente, contro corrente e con soddisfacenti risultati, e contro le disposizioni delle municipalità e a dispetto (piuttosto che guidati) dai designer, i quali seguono sistemi consolidati di promozione e/o smaltimento, non certo più economici né più sensati, né più innovativi.  (Cooper T., Designing for re-use, Earthscan, London, 2009)

Secondo quanto afferma David Stairs di Altruism Project (http://design-altruism-project.org/), il design  non dovrebbe essere solo auto-espressione del designer. Dovrebbe essere interattivo e altruistico, risolvere problemi. Nella sua conferenza del 2003 di Archeworks V. Margolin ha scritto che “il design è essenzialmente una professione di classe media che ha consegnato una vita confortevole alle persone di classe media, mentre indulge interessatamente verso i ricchi.” (Margolin V., About World History of Design, Bloomsbury Academic, 2015) Considerando il numero enorme di ego predominanti nel mondo del design e da dove giunge il loro compenso, si capisce verso chi si orienta oggi il design comunemente detto: la conformità alla domanda e all’esistente.

 

 

 Cosa è importante nel design per il futuro

Il designer che agisce nel presente e per il futuro dovrà indirizzarsi verso l’utilità, l’intrattenimento e la scoperta.  In un mondo dove potenzialmente si conosce tutto, comprendere che vi sono sacche enormi di bisogni inevasi di oggetti che compiono alcune funzioni, dovrebbe portare a una riflessione su ciò che il design ha mancato fino ad ora. Invece, per coloro che già lo praticano, destare la loro curiosità sarà una sfida di massimo grado. Il design potrà occuparsi ancora di abbellimento, di decorazione e del superfluo, ma dovrà operare con ironia, inclusione di stili, di tecniche, con materiali deperibili, rinnovabili, riciclabili ed effimeri, dal costo ambientale nullo o bassissimo. In questo modo si potranno rifare le vetrine, i vialetti, le tramezze, le quinte, gli scenari, gli allestimenti senza intaccare materiali rari, pregiati e costosi che hanno qualità da mantenere a lungo e da apprezzare.  Rifare pavimentazioni con blocchi nuovi di pietra – qualora non fosse davvero necessario –  significa cave che si aprono con trasporto di materiali pesanti, inquinamento e dissesto idrogeologico. Allo stesso modo non si può pensare che sia dignitoso e ammissibile mangiare su un tavolo lastricato di oro quando per estrarre il minerale sono morte o rese invalide centinaia di persone sprovviste delle regole minime di sicurezza, villaggi sono stati evacuati per i veleni sparsi nei terreni e gli abitanti emigrati per impossibilità di abitare nelle loro terre. (Labarthe G., L’or africain, Agone, Marseille, 2007).

 

Demotech, una Ong olandese che elabora design di prodotti nuovi che dovrebbero migliorare la vita della gente, prioritariamente la consulta per avere ragguagli su piccoli espedienti tecnologici, domanda la partecipazione con suggerimenti che provengono da diverse discipline, abilità e conoscenze. Perciò l’approccio nuovo indica di: ripensare al concetto del bene proposto, eventualmente ri-disegnare gli attrezzi che lo costruiscono e sviluppare un funzionamento che lo renda accessibile a tutti. (www.demotech.org)

 

Il design del futuro potrebbe ripartire dalla riconsiderazione del corpo (frazionato dalla medicina, dalla nutrizionistica, dalla psicologia, dallo sport, dal lavoro), dalle sue misure e dalle sue capacità globali. Sicuramente ci saranno nuovi attrezzi e nuove attività che richiederanno il coinvolgimento di parti prima poco usate o dimenticate. (Il naso per esempio è quotato solo dai profumieri, le persone comuni stanno perdendo sempre di più l’odorato a causa  dei luoghi inquinati che frequentano e della poca attenzione verso questo organo di senso, se comparato alla vista e all’udito, ma usano il naso prevalentemente per reggere gli occhiali. Studi affermano che il 35% dei ricordi che permangono, sono generati dall’olfatto.) L’avvento del computer ha originato una serie di posizioni precedentemente poco usuali se non a chi si si occupava di scrittura. I progressi degli apparecchi tecnologici che useremo comporteranno altri movimenti (speriamo anche qualcuno più sano di quelli che eseguiamo quotidianamente in questo periodo; soprassedendo alla dipendenza mentale dal collegamento alla rete, che è anche più subdola e perniciosa, e che ci sta portando all’alienazione da tutto).  Oggetti che potranno essere mossi o gestiti con l’insieme del corpo per indurlo all’attività, o per migliorare delle posizioni, senza sollecitare particolarmente alcuna parte della struttura fisica. Ne usciranno delle guide di posizioni, magari sperimentate nel passato più lontano, quando si faceva tesoro di ogni cosa che si possedeva (risparmio della fatica e proficua redistribuzione dello sforzo nel corpo, non concentrandosi solo sugli arti, sugli occhi, sulla schiena, ecc).

Se siamo in sovrannumero come esseri umani, la straordinarietà delle possibilità di ogni individuo, non può che stupire per i traguardi che esso può raggiungere. Se queste potenzialità si moltiplicano per il numero degli esseri viventi, ne verrà fuori una possibilità creativa e costruttiva spaventosa, purché sia democratica. Perché il futuro è degli uomini costruttivi e di pace. “La nostra paura più profonda, è di essere potenti oltre ogni limite. E’ la nostra luce, non la nostra ombra a spaventarci di più.” (Mandela N. Discorso di insediamento, 1994)

Bisognerà concentrarsi sulla contrapposizione e bilanciamento tra uomo e donna innanzitutto (mai realmente accettata né ammessa né equiparata), e ne nascerà una società diversa con nuove esigenze e paradigmi mai percorsi. Dunque, progetti da sviluppare per le donne, ma anche per i nuovi gruppi di orientamento e credo.

 

Nell’elenco degli assunti per un progetto di post design includerei primariamente

– polifunzionalità degli oggetti

– riduzione delle risorse impiegate

– utilizzo di quanto già esiste per reintegrarlo e rivitalizzarlo

– uso della creatività in modo esteso, pervasivo e democratico,

– contaminazione dei nostri articoli da usi diversi, per funzioni accresciute e sconosciute

– studio e attualizzazione degli antichi saperi (artigianato, riparazione, meccanica, botanica, medicina, ecc.)

– studio dei meccanismi che producono le cose belle, quindi copiarle, moltiplicarle ed evolverle

– basarsi sulla natura come fonte di risoluzione di problemi diversi: ogni elemento ha caratteristiche di

infinita complessità e sapienza, ed è prontuario di bellezza smisurata

– inclusione di stili di vita e considerazione di possibilità economiche diverse per dotare tutta la popolazione

di un’abitazione, con i relativi prodotti di minima necessità (per immigrati, senzatetto, giovani, anziani,

single, handicappati, famiglie, comunità, ecc.)

– fornitura di unità minime di abitazione in cartone, in materiali vari di riciclo, in tessuto, in legno. Installate

su barche, su alberi, dentro ad auto allungabili, in roulottes, nei camions, in containers. Sviluppo delle tiny

  houses (modello Diogene di R. Piano), o estensione ed evoluzione del modello rinforzato di tenda better

 shelter  fornita da UNHCR del 2016 per i profughi di lunga durata (http://www.bettershelter.org/)

– cessare di far vivere e considerare gli animali come persone, e le persone come animali. Non siamo

uguali  e abbiamo diverse esigenze, sebbene intratteniamo molte relazioni e scambi proficui e affettivi. Ma

dobbiamo risolvere in modo creativo ed economico lo stare insieme

– sbarazzarci delle cose superflue che impediscono alle persone di usare gli spazi destinati a loro

 

Il nostro design

Noi raccogliamo idee e le elaboriamo. Nei negozi dell’usato, tra gli scarti delle auto, nella falegnameria o nel magazzino di casa troviamo cose interessanti ma inservibili, da manomettere e riproporre verso un altro ruolo.  Nel laboratorio si costruisce e sperimenta, e verifichiamo se le idee e i processi sono corretti e conducono al risultato che auspicavamo. A volte portano da un’altra parte, ugualmente interessante e da sviluppare. Accettiamo suggerimenti e modifiche se vanno incontro alle nostre scelte e le migliorano. Il laboratorio e il suo lavorìo è un mezzo per capire e connettere campi diversi, ma è anche accessibile a chi ci sta vicino, diventando un mezzo democratico di espressione. Poiché immissioni quali consigli tecnici e di equilibrio estetico, non possono che portare a un più alto grado di perfezione ciò che produciamo.

Semplicità ed essenza sono le nostre guide. Aggiungiamo che le funzioni devono essere chiare, multiple, facilmente intuibili e fruibili. Se possibile l’oggetto deve potersi smontare, impilare, piegare e trasportare con facilità. E deve essere gradevole e inusuale tale da suscitare sorpresa e allegria; l’originalità e i rimandi coinvolgono ampie sfere di pensiero, così i vari campi da cui ha attinto sono il riferimento culturale e merceologico a cui esso allude. Questo è ciò che noi chiamiamo il POST-DESIGN.

Il libro: Uso riuso e progetto, ricerca condotta personalmente in diversi paesi africani, che riguarda anche il modo di usare le cose, la loro versatilità, i cambiamenti di prospettiva a seconda della cultura di provenienza, ha costituito per me un bacino di incubazione ribollente di eventualità costruttive. Nei paesi da me praticati, le opere prodotte da artigiani locali sono a volte dense di razionalità, di una bellezza estrema, di un’utilità disarmante. Prodotti minimi, che quasi mai raggiungono le nostre latitudini ma che esprimono in essenzialità il vero concetto di design. In paesi dove la merce e i materiali semilavorati sono pochissimi, si fa un uso sapientissimo di tutto ciò che perviene sotto le mani, al fine di usarlo nelle necessità quotidiane – la necessità aguzza l’ingegno. (Parafrasando Bill Gates che dice di affidarsi a un dipendente pigro quando ha da risolvere un problema serio, perché quest’ultimo lo farà nel tempo più breve e con minor dispendio di energie.) Proprio come il nostro artigiano del terzo mondo: fortemente connesso alla necessità.  Sul risultato estetico e la sapienza nel gestirlo, spenderei degli elogi di massima altezza, perché alcune cose hanno un controllo così misurato, proporzionato, o abnorme e sbilanciato nell’asimmetria artistica, che dimostra come la capacità di cogliere e dare bellezza, sia una virtù così libera e alla portata di tutti, che necessita solamente di pensiero e di applicazione.

Quindi, chi usa le cose, dovrebbe sapere cosa gli serve, in linea di principio; anche come si costruiscono e  come si modificano. Magari intervenire a prepararsi utensili o mobili. Tuttavia noi delle civiltà occidentali solo usiamo le cose, in modo veloce e senza soffermarci perché sono troppo complicate e perché ne possediamo troppe. Dovremmo reimparare troppe volte il funzionamento a causa del flusso intenso di merci e utensili nuovi che ci raggiungono e assediano. Ormai siamo scollegati totalmente dal mondo del fare, e non conosciamo come avviene il funzionamento di un oggetto, né gli strumenti per produrlo, né quelli per ripararlo, né i pezzi di cui è fatto. Ma ci sentiamo sollevati dall’accostarci anche agli aspetti tecnico-costruttivi, perché già solo apprendere il funzionamento di un oggetto nuovo, è un compito assai lento e che richiede applicazione.

Noi al Lab-design proviamo invece a montare e smontare cose vecchie assemblandole con componenti minori nuovi e più funzionali, per costruirne di diverse. Ciò che produciamo sono prototipi creativi fatti artigianalmente. Possono essere replicati? Come si soddisferà il mercato al momento di una richiesta consistente? Non si era salutata la produzione industriale come il rimedio per dotare tutte le persone di beni accettabili funzionalmente e costruiti con gusto? Ora però la corsa della produzione va verso la diminuzione per le ragioni di cui sopra, per l’esiguità dei nuovi spazi abitativi, ma anche per sufficienza verso le cose, perché ci hanno stufato. Nel contempo altra gente cerca delle cose uniche, originali, particolari che li rappresentino maggiormente. Taluni, delle cose che siano più attinenti a un compito o a altre funzioni.

Quindi si potrebbero riconsiderare delle produzioni del tipo di artigianato spinto, e porle come motori per uno sviluppo locale, in quanto hanno maggiore ricaduta sulla quantità di lavoro offerto. In particolare si progettano cose specifiche e si coinvolge una catena di fornitori di prodotto semifinito in modo da poter sveltire i tempi e procedere con la lavorazione finale. Che sarà ancora molto qualificata e particolare perché parzialmente rifinita a mano, con esemplari limitati di numero e risultati leggermente diversificati per ogni pezzo.

Quindi, si ritorna all’artigiano ma con delle modifiche rispetto al quadro in cui operava nel secolo scorso, perché egli ora conosce e affianca i processi industriali, li reinterpreta e li sorpassa lavorando con prodotti di tutti i tipi, anche scarti industriali come le automobili in rottamazione. Ormai la sua figura che era quasi scomparsa a causa del fatto che pochi desiderano misurarsi con le proprie mani per costruire qualcosa, ora viene riproposta come appropriazione di saperi, perché in quest’epoca industriale e tecnologica se ne sono perse quasi del tutto le basi scolastiche e pratiche. Tuttavia, anche nel prossimo futuro di lavori scarsi, l’artigiano che propone soluzioni mirate per una tale cosa e luogo, sarà sempre grandemente apprezzato.

Una proposta dall’impatto sociale e costruttivo, sarebbe quella di trasformare i depositi di mercanzia usata in laboratori immani di oggetti rifatti. Li guideranno esperti anziani abili nelle tecniche e nelle soluzioni, accompagnati da associazioni di volontariato che gestiranno i flussi e la logistica, mentre i lavoranti saranno squadre di giovani volonterosi disoccupati o sottoccupati come immigrati, studenti in cerca di uno stage lavorativo, carcerati, precari e temporanei cassaintegrati. Questi, piuttosto di consumare le giornate nell’inedia paralizzante, imparano delle abilità che potrebbero diventare uno sbocco vero per un attività futura, mentre frequentano una comunità creativa e costruttiva. Squadre di designer saranno all’opera traendo ispirazione e fornendo elaborazioni tecnico-artistiche per dei vecchi pezzi inservibili.  Si potrà lavorare a temi (materici, o di funzione primaria), per conferire una linea agli oggetti in modo che vi sia una continuità di stile e risultato. Si potranno rivisitare la serie auto, o moto, o seguire come tema l’arredamento, o il teatro (da recuperare gli arredi teatrali), la moda coi suoi scarti di tessuti, oppure zoo (tema animaliero con corna ossa e pelli di animali), tema aerei (riuso di sedili con postazioni multifunzionali), ecc.

In definitiva, ciò che si chiede al design è di fornire risposte sensate e significanti a chi oggi e domani abiterà su questo pianeta.

Please follow and like us:
Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial